Hotel New Hampshire

Scegliete la vostra stanza, la vostra storia ..
giovedì, 10 aprile 2008

TRAFFICO IN METROPOLITANA

Ora di punta.
Traffico in metropolitana.
Ormai è una certezza che, lungo le strade, dove brilla il sole e l’aria è polverosamente fresca, in questo esatto istante non circola nemmeno un mostro di ferro. Il Comune ha ottenuto ciò che voleva, risparmiare l’aria. Ma ora tutto il traffico di persone si è riversato nel sottosuolo, dove l’aria e l’affanno si rubano.
Così eccomi qui; imbocco il tunnel che mi porta a non so quale lato della città, ma sicuramente alla linea quattro verde, fermata Nuova Strada. Cammino velocemente, presa dall’ansia di altre persone che camminano velocemente, a loro volta prese dall’ansia di vedere che c’è qualcun altro davanti a loro, che ha fretta di arrivare prima. E mentre cammino lungo il tunnel umano penso a dove ho infilato la Metrocard e se magari non l’ho scambiata di posto con la Mastercard! E sono alla sbarra assassina, mentre frugo nella borsa, mai troppo grande, alla ricerca della tessera, intanto che blocco una fila alterata. Sento il fiato dell’uomo sudato dietro di me, che sbuffa e preme e spinge, perché a sua volta spinto da chi non capisce come mai l’altro cancello vada più spedito. La legge di Murphy vince sempre sulla nostra fragile psiche.
“Allora?”
“Ma com’è possibile bloccarsi proprio qui?”
“Comprati il biglietto!”.
“Un attimo” dico affannata “ho l’abbonam…ecco, l’ho trovato, ancora un attimo, per favore…ecco, sì!”
Un’ovazione generale mi fa capire che la goffaggine non è perdonata a questo mondo. Solo la perfezione lo è. Quindi in pratica non si perdona niente a nessuno.
Apro il varco alla gente dietro di me e come mille formiche la fila rapidamente si disperde nelle quattro e più direzioni.
Tutti sembrano sapere perfettamente dove andare, puntando solo all’obiettivo, tagliando spietatamente la strada, calpestando carte, calpestando piedi, calpestando caramelle, calpestando persone.
Qualcuno lo si vede in viso che ha anche un tram da prendere, qualcuno spera di riuscire a bere un caffè al bar prima di timbrare la quotidianità. Qualcuno è già tardi e qualcuno non sa ancora dove andare, ma intanto si avvia.
Io arrivo alla mia linea e il bordo non lo vedo neanche.
Il treno arriva, le porte si aprono e la lotta inizia. Qui spingo anch’io, perché presa dall’ angoscia di rimanere chiusa giusto in mezzo alle porte, o peggio, di essere la formica che non ce l’ha fatta. Mi faccio forza e riesco ad entrare, con il desiderio di uscire il prima possibile.
Quattro fermate.
Il naso puntato in alto per rubare aria ed eliminare l’odore forte di quello che mi si è spiaccicato accanto. Meno tre.
Le dita che vorrebbero appoggiarsi al palo e la mente che manda impulsi per rifiutare l’idea. Gli odori che si mescolano, la luce artificiale che aliena lo sguardo.
Meno due.
Il rumore sordo del viaggio che sovrasta il battito del cuore.
Meno uno.
Una volta ero claustrofobica. Ora ho imparato a trattenere il respiro, guardare il alto e cantare con la mente.
Scarcerata.
Scendo come sputata fuori da un essere che vomita. Intanto che la folla si incolonna verso l’uscita, io mi blocco un attimo, e mentre vengo colpita da infernali gomitate, controllo se la mia borsa ce l’ha fatta a salvarsi, se le scarpe anche, e se ho tutte e due le lenti a contatto su. No. Una l’ho persa. Pazienza.
Prendo l’uscita con l’aspettativa di luce vera, lontana. Le scale mobili mi stanno avvicinando alla superficie e il battito del cuore si rilassa un po’. Non trattengo più il fiato. Sono fuori.
Il sole è opaco. Dai tombini esce un po’ di vapore. Si palpa una leggera umidità nell’aria. Qualche macchina è parcheggiata. Qualcuna è in movimento, sputando fuori fumo. Sono sul marciapiede, guardo il sole malaticcio, inspiro profondamente. E mi sento finalmente libera. Libera nel sano e rassicurante traffico stradale.


postato da: dimiele alle ore 13:46 | link | commenti | commenti
categorie: compiti per casa
martedì, 11 dicembre 2007

PREMIO BELIAL

PREMIO BELIAL (11/12/2007) Leggi ancora...
postato da: dimiele alle ore 14:43 | link | commenti | commenti
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mercoledì, 31 ottobre 2007

incipit

Li incontrai in una piovosa giornata di Novembre.
L’appuntamento era fissato per le quattro di pomeriggio, lungo la statale che porta al mare.
Avrei preferito un altro posto, meno caotico. La statale da qualche anno è diventata un tratto di Las Vegas tra una città culturale e una città termale per anziani. L’unico tratto dove il cinema incontra bar poco curati ma ben illuminati, vetrine per attirare camionisti annoiati, veloci motel di striscio e fabbriche dismesse da tempo e adibite a traffici suburbani e divertimenti anomali. Il tutto concentrato in pochi chilometri, il tunnel del caos. Dopo, c’era il mare e la sensazione che tutto finisse in un soffio.
Quando arrivai al punto indicato, il cartello pubblicitario della vecchia e oramai dimenticata discoteca Desideria, fermai l’auto presa a noleggio per superare il disagio di essere riconosciuto.
Le macchine viaggiavano a velocità nonostante la pioggia, ora insistente. Il mio cuore batteva a mille.
Guardavo lo specchietto retrovisore a scatti meccanici, aspettando di scorgere la mia macchina.
Poi, non so come, il mio occhio si fermò sull’altro lato della strada. E li vidi. La macchina blu cobalto lasciata sull’erba secca. La portiera aperta e il frontale rivolto verso i miei occhi, quasi implorante di recuperare la strada. Immobile e lucente, quasi fosse in vetrina.
A pochi metri Lui era inchiodato a terra in ginocchio. Le spalle a me e il giaccone aperto, a formare quasi ali da supereroe che ha fallito la missione. Le mani sugli occhi ma gli occhi sembravano asciutti.
Tra Lui e la macchina c’era Lei. Immobile nell’inutilità della situazione. Lo sguardo intermittente che passava da Lui alla macchina. Lo sguardo di chi proprio non sa cosa fare. Lo sguardo di chi sa di voler tornare indietro.
La mia storia parte esattamente da qui.
postato da: dimiele alle ore 15:14 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: incipit
martedì, 05 giugno 2007

Reception

Beeeeeeeeep

Lascio questo messaggio alla segreteria. Perché mi devo scusare. Ed è difficile scusarsi, trovare le parole giuste, che non offendano nessuno e non diano a sé stessi la sensazione di disagio. Scusarsi è difficile. Ma non è mai banale, vero? Me l’hai insegnato tu perciò ecco. Scusa. Perché potevo chiamarti, ma non mi avresti lasciata parlare. Avresti iniziato con altri discorsi, di politica, di legge, di guerra, di filosofia, di amore, di notte, di. E io avrei perso di sicuro il filo dei miei pensieri, pensando a te e a come incanti con le parole. E non ti avrei più detto scusa. O ti avrei detto solo questo. Scusa. Ma questa parola è talmente piccola e semplice, senza pretese di sincerità. E allora no, io ho bisogno di essere sincera. Questa notte parlo io, amore mio troppo cresciuto. Per mesi ti ho ascoltato. A lezione, a letto. E da te ho imparato. A cosa servono i discorsi, a come pensano gli americani, a cosa nascondono gli uomini, a cosa succede al mondo. Io ora ti dico che cosa succede alla vita. La vita corre, troppo forte. E se ci si ferma immobili, come abbiamo fatto noi, amore mio cresciuto, ci coglie impreparati e ci toglie i sogni. Aspetto un figlio. Lo aspetto nel vero senso della parola. Perché ora che so non vedo l’ora che esca fuori da una me stessa, così maldestra, e possa vivere la sua vita. Scusa. Te lo dico ora che. Te lo dico ora che sei in. Te lo dico ora che sei in viaggio per. Te lo dico ora che sei in viaggio per la tua dolce luna di. Miele. Scusa. Perché poi la vita ci coglie impreparati, te l’ho detto, io! Io lo so da me, questo. Tu ora lo stai imparando. Perché sei un uomo imprevedibile, bello, moderno, ignobile, duro, sensibile, disonesto ma ingenuo. Stai insegnando a noi come affrontare il mondo e conquistarne un pezzetto. Ma il tuo, di pezzetto, dov’è? Scusa. Perché questo figlio non è tuo. Lo so. L’avevi capito anche tu, vero? Che sarebbe piaciuto ad entrambi. Magari anche a tua moglie. Non avrebbe fatto scenate, lei. E’ una donna moderna, almeno quanto tu sei un uomo crudele. Ma non è tuo. No, amore, non è neanche solo mio. Non sono una donna forte io. Non sono una donna. Sono una ragazza goffa, l’hai detto tu. Quel giorno di Marzo. Me l’hai detto dopo la seconda lezione. Che ero goffa, maldestra e bellissima. E che ci saremmo innamorati e avremmo avuto un bambino. A Natale. Tieniti anche tu questo ricordo, ora che sento che sarà una bambina, ora che so che non è tua e ora che penso nascerà in un giorno di sole.
Per il resto ci pensiamo domani. Domani, amore mio. O quando ci vedremo di nuovo, all’esame. Quando tu avrai la fede ed io un lieve accenno di pancia. Lì tra le righe ti dirò a voce. Scusa.
postato da: dimiele alle ore 17:21 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: reception
mercoledì, 30 maggio 2007

Ritorno

Ecco, io in realtà sto morendo dalla voglia di raccontare di tipo due colloqui fuori dal normale e di una giornata di prova...per un'azienda che si presta molto al racconto ma poi se racconto finisco in galera. E mi pare che qui all'interno del mio Hotel mi abbiano installato delle telecamere (= mi sono lasciata scappare al colloquio di avere un blog, il tipo si è scoperto molto interessato, io ho tentato di erigere un muro invalicabile, ma lui si proclama buon navigatore, quindi...), quindi per ora sto un pò calmina, lasciamo scorrere i giorni come fossero FIUMI DI CHAMPAGNE perchè se non è ancora fatta, tutto ciò mi fa capire che nella vita ci sono OCEANI DI POSSIBILITA'.

 

 

postato da: dimiele alle ore 14:10 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: colloqui
martedì, 08 maggio 2007

Quando c'erano le favole

Quando tutto era più facile

Anche se ci sembrava difficile

Qundo tutto era importante

Anche una carezza felice

postato da: dimiele alle ore 14:52 | link | commenti (13) | commenti (13)
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martedì, 17 aprile 2007

Il bar

-          buonasera, signora, cosa le servo?
-          Martini…non si dimentichi l’oliva, per favore.
-          Come desidera.
 
Silenzio.
 
-          Sa…oggi ero a Venezia.
-          Davvero?
-          Si.
-          Per il carnevale, immagino
-          Che perspicace il mio cameriere…
 
Silenzio. Bicchiere rosso con liquido ghiaccio.
 
-          Sa…ho perso una scarpa a Venezia
-         
-          E c’era questo ragazzo con cui avevamo una specie di incontro.
-         
-          Non era proprio un incontro. Avevamo solo deciso che lui mi avrebbe cercata oggi a Venezia, in mezzo alle maschere.
-          Pazzesco!
-          Si, anche perché ci siamo visti solo una volta in vita nostra e molti anni fa!
-          Quindi non vi siete visti?
-          Come?
-          Ha detto che vi siete visti solo una volte ed è stato molti anni fa.
-          Si…è che io gli avevo dato due piccoli indizi. Uno riguardava l’abito in maschera. L’altro era che avrei indossato un paio di scarpe rosse.
-          Era difficile lo stesso.
-          Lo so. Ma lui era convinto che mi avrebbe trovata.
-          Sarebbe stato bello.
-          E io ho perso una scarpa rossa. Sono inciampata, la folla mi ha quasi calpestata e quando mi sono alzata non sono riuscita a trovarla più. C’era una moltitudine di gente che brulicava i ponti e che mi spingeva in avanti.
-         
-          Così per un po’ ho continuato a girare le calli con una scarpa sola, zoppicando. Ma poi mi faceva male la schiena, il mio piede destro era congelato…e cosa potevo fare?
-          Poteva tenerla in mano e sventolarla.
-          Già…non ci ho pensato. Io l’ho gettata nel canale. E mi sono andata a comprare un paio di scarpe da ginnastica nel primo negozio.
-          Rosse?
-          Non c’era il numero.
-          Perfetto!
-          Così le ho prese bianche e alla cassa ho comprato un paio di lacci rossi.
-          Un po’ più difficile la ricerca.
-          Bhè…ormai me ne ero fatta una ragione. Non era mica un incontro amoroso, sa. Era solo uno scherzo tra di noi. Ma si vede che non era destino. Però sono andata in Piazza S. Marco e lì mi sono seduta sul molo.
-          Ad aspettare?
-          Ad aspettare di essere trovata.
-          Infondo gli rimaneva l’indizio sul vestito, giusto?
-          Bhè….il fatto è che non era quello il vestito…
-          Cosa?
-          Dovevo vestirmi da angioletto, ma poi questa mattina ho scoperto che non mi entrava più.
-         
-          Non mi guardi, non sono mica ingrassata! E’ che era un vestito che avevo usato alle scuole medie. Insomma era impossibile uscire con quella tunica azzurra appiccicata…
-          E allora?
-          Allora ho cambiato vestito.
-          Quindi era in Piazza S. Marco, in attesa di essere trovata da qualcuno che credeva lei fosse vestita da angelo con le scarpe rosse e invece non aveva niente di tutto questo addosso?
 
Cenno di assenso con la testa.
 
-          Bhè…sinceramente è stata una follia!
 
Altro cenno e sorso di Martini
 
-          E come mai ora si trova all’Hotel New Hampshire, a più di 300 chilometri di distanza da Venezia?
-          Perché sono troppo stanca per continuare verso casa. In realtà sono scesa qui perché è un luogo turistico, tutto sommato. Così ho pensato che se ci sono turisti, ci sono anche i negozi aperti, no? Mi sono comprata un paio di scarpe rosse con il tacco. Sa, quelle che ho perso a Venezia erano le mie preferite e in treno più ci pensavo e più mi innervosivo. Così ora ho le scarpe rosse nuove, un martini in corpo e tanto sonno.
-          Chissà il suo amico dove sarà in questo momento.
-          Oh…non era mica un incontro importante. Sarebbe stato solo divertente.
 
Ultimo sorso.
postato da: dimiele alle ore 19:05 | link | commenti (14) | commenti (14)
categorie: bar , hotel new hampshire
martedì, 17 aprile 2007

Tutto un continuo vortice,

Non metto a fuoco più niente,

Non percepisco la realtà.

Qualcosa sempre mi sfugge.

Ho bisogno di un punto fisso.

Hotel New Hampshire.

Eccolo, è lì. Piccola luce tra il vapore di una stretta strada.

Potrebbe svanire da un momento all'altro.

Ma ora è lì. Immobile.

E così ci ricasco.

postato da: dimiele alle ore 19:02 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: hotel new hampshire
venerdì, 16 febbraio 2007

INNOVACTION

posto da INNOVACTION...Fiera di Udine sull'innovazione. Mi sono proposta come standista per il mio ex ufficio. Perchè?

Perchè domani mattina ho la possibilità di dire quattro cose ad Andrea Pezzi...si, proprio lui. Ho scoperto che sta facendo l'opinionista sociologo tuttologo in giro. Spero non tenti di rubarmi la penna come l'altra volta!

postato da: dimiele alle ore 14:05 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: andrea pezzi
mercoledì, 14 febbraio 2007

Stanza 101

Lui continuò a vivere la sua vita in funzione del sorriso di Lei. Un lunedì mattina in cui non si videro a lezione le mandò un messaggio.
 
Lei ricevette un messaggio un lunedì mattina “Buongiorno principessa, questo fine settimana ho preso paga e stasera ti porto al cinema”. Lei si sentiva il cuore pieno.
 
Lui la portò al cinema. E il giorno dopo ancora. E il seguente in giro per la città. Iniziarono a trovarsi ogni giorno  aggirandosi senza meta, tenendosi senza peso per mano e parlando di tutto e di tutti. La mano non la staccavano mai. Lui le diceva di stare attenta alle macchine. Lei, come una bambina, era attenta solo a tenergli stretta la mano.
 
Lei non sapeva quello che stava succedendo. Però non se lo chiedeva. Era tutto così leggero, perchè il mondo non prestava attenzione a loro. Aveva anche iniziato ad uscire ogni tanto con un ragazzo che aveva conosciuto ad una festa ma i suoi pensieri, quelli, li raccontava solo a Lui.
 
Lui non l’aveva mai baciata. Non poteva, era fidanzato. Ma aver bisogno ogni giorno di più del suo contatto. Non solo di vederla ma di tenerle la mano, di toccare i suoi capelli. Sapeva di non poter andare avanti così. Aveva oltrepassato una linea. Non se ne pentiva ma non poteva più continuare. Faceva tutto troppo male e il dolore annullava i suoi pensieri. Aveva completamente smesso di studiare.
 
Lei ricevette l’invito a cenare da lui. Ci era stata mille volte ma sembrava tutto così strano. Forse era l’estate. Si fece accompagnare per un pezzo di strada da un amico, fino a dove la stava aspettando Lui. Mangiarono i tortellini. Lui la prese un po’ in giro. Si misero un po’ a studiare ma poi Lui la tirò sul divano e abbracciati ascoltarono Jovanotti che cantava a Festivalbar “Raggio di Sole”.
 
Lui non ce la fece più. La girò e la baciò. Piano. Un bacio quasi casto.
 
Lei poi disse che era tardi e il giorno dopo era l’ultimo per studiare per l’esame.
 
Lui l’accompagnò a casa in bici.
 
Lei scese dalla bici e lo guardò. Sembrava così triste e non capiva perché. Questa volta fu Lei a baciare Lui e poi si avviò correndo verso il portone, per mascherare le guance rosse.
 
Lui guardando la sua figura di schiena la chiamò e le disse ciao.
 
Lei si girò e sorrise felice.
 
Il giorno dopo Lui lasciò l’Università e la città.
 
postato da: dimiele alle ore 19:07 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: stanza 101

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